Elena rapita 

Poema                                                                                                              di Giuseppe Drago

Secondo il mito, le origini della guerra di Troia nacquero per la disputa sorta, del cosiddetto "pomo della discordia"; una mela d'oro con la scritta "Alla più bella" che fu lanciata da Eris, dea della discordia, fra i convitati al matrimonio del re dei mirmidoni, Peleo, con la ninfa Teti. Le tre dee Era, Atena e Afrodite affidarono a Paride, figlio del re di Troia, il compito di offrire il frutto alla più bella delle tre dee. Paride, per accattivarsi il favore di Afrodite al progetto di rapire Elena, decise di consegnarla a lei. Elena, era la moglie di Menelao, re di Sparta.

Elena Rapita

Introduzione

La storiografia greca nel trasmetterci fatti e accadimenti della vita degli individui e delle società del passato ingloba nel suo interno il fenomeno leggendario letterario, caratteristico della seconda metà del VI secolo a.C. Da esso, emergono, con sufficiente chiarezza, vicende incorniciate di poesia epica ricca di eventi, dipinti in un quadro di costumi greci. I racconti e le genealogie, riguardanti gli eroi del passato mitico esistevano nelle tradizioni orali e si espressero prima nella composizione epica e poi in composizione storico-letteraria. Lo scrittore, attratto dai fatti narrati nel capitolo II n.118 dell'opera di "Erodoto" ha pensato di estrarre un'opera tipo omerica con fatti accaduti nel periodo classico, prima della partenza di Menelao con tutto il suo esercito, alla volta di Troia per riprendersi Elena rapita da Paride (detto anche Alessandro). Nel capitolo delle "Historie di Herodotus" i fatti vengono narrati a tratti, ora in forma particolareggiata, ora mancanti di una connessione cronologica, per cui è stato necessario colmare quegli spazi con la fantasia dello scrittore. La prima stesura dell'opera è stata di contenuto frammentario, ma via via, raccogliendo le evidenze e i fatti in forma cronologica, ha preso forma la sua opera. Alcuni nomi e circostanze sono stati interposti per dare un senso alla continuità dei fatti secondo la fantasia dell'autore, mantenendo l'epica con il carattere classico di quel tempo.

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Canto 1

  • Nell'Olimpo

Ed ancor di tregua, Hera, parlar non volle,

mentre Zeus al sovvenir di Io[1],

vampar non poco gli facea la pelle.

A divagar dai dubbi ch'eran sorti,

a Teti, Zeus volse arbitrio,[2]

approssimando i giorni dei suoi voti.

Decise, che la ninfa si unisse con Peleo,

mentre il dio dell'altrui amar[3]

s'avrebbe consolato per la perduta Io.

Tre dee, invitate furono alle nozze,

nel qual tempo, alcune nereidi a circo

davan lode a Teti di Peleo, nelle piazze.

Eris, dea della discordia, folle d'ira,

fè tumulto lanciando una mela,[4]

rivolta per la dea di bellezza rara.

Se per la più bella il dono fu offerto,

Paride, nella scelta, favorì Afrodite,[5]

per rapir Elena senza alcun sospetto.

Menelao l'amava più della sua vita,

e sostava a lungo e l'ammirava,

senza mai perderla di vista.

Alla movenza dei suoi passi

ognuno, attonito restava,

da non poter porre gli occhi bassi.

Elena era bella, come la spuma del mare,

come il fiore più bello che sta a sbocciare

come l'uomo solo può sognare.

Ma in lei, la vanità bussò nel cuore,

poiché, il suo fascinoso aspetto esigeva

rievocare i suoi giorni di furore[6].

Dal ricordo di Teseo non cedea la data,[7]

e, del falso detto a Castore e Polluce,

si sentiva ferita d'esser stata liberata.

Hermes le apparve, messaggero degli dei

recandole la nova di fuggir con Paride,

con l'uomo d'oriente, d'origine reali.

Elena, invasa da un amore folle

accelerò il tempo della sua avventura,

mentre l'erano favorevole le stelle.

Menelao, appena la incontrò in giardino,

lei cedette alle di lui lusinghe,

mentre si esponeva ad Hermes il divino.[8]

Hermes vigile per essere sincero,

a quello che a Zeus riportar doveva,

verificava che tutto fosse veritiero.

Menelao, Menelao! Lei diceva con ardore,

mentre col pensiero, perpetrava di fuggire

con il principe di Troia, il seduttore.

Poiché, l'infatuato non pensava al regno,

gli Spartani, eran preoccupati

per suo atteggiar senza impegno.

Menelao, conoscendo il suo destino,

non lasciava Elena andar lontano,

poiché, se la perdeva il soffrir l'era vicino.

Un dì, egli incontrò Proteo

mentre in Egitto il dio parlava

con le foche nell'acque dell'Egeo.

L'Atride s'era a lui avvicinato,

e mentre gli domandava del suo futuro,

seppe che gli sarebbe stato desolato.[9]

Proteo, non voleva fargli profezia,

ma insistette, così tanto che alla fine

Menelao, fu pieno di mestizia.

Poi di Poseidone il figlio, per il duolo

s'immerse nelle acque con le foche,

mentre Menelao, deluso restò solo.

A Menfi, ad ovest del Nilo v'era un tempio.

D'Elena fu stimato d'essere ma era d'Afrodite,

per cui, gli Egizi lo stimarono essere uno scempio.

E poiché d'Osiris usurpava il loco,[10]

gli Egizi, pensarono d'abbatterlo

e purificar la zona con il fuoco.

Ad Elena, un tempo, piacque frequentare Fero,[11]

Spesso si tuffavano nei meandri corallini,

tra i cavernosi luoghi di mistero.

Uscendo, andavano alla corte lì vicino,

ove Proteo disponeva ordini al suo governo,

mentre lei brindava galante col suo vino.

Ma Elena sapeva della virtù del dio

e presto volle sapere del suo destino,

dopo avere lusingato il re,[12] detto il pio.

  • Proteo predice a Elena

Proteo così le disse: "In te contrasto regna,

e nei flussi del tuo sangue smania

il desiderio ch'altri ne pregna.[13]

Elena, gli chiese che fosse più chiaro

a spiegarle le vicende del futuro,

e se il suo amore, fosse amaro.

Amaro replicò, sarà per colui che cede[14]

all'agreste incontro che gli invadi il cuore,

quando gli contagi la virtude ch'altro non vede.

Poiché, nata sei da un guscio, il non capire

l'amor cosa procura, ignaro il tuo cuor

cagiona altrui, le pene del soffrire.

Il sentimento che ti muove, muove

l'uomo verso sventura e soccombe

cercando invano di resisterti alle prove.

Io son saggio, perché so il futuro,

ma per certo nelle tue brame sarei caduto,

per questo mi sottraggo e di te non mi curo.

Tu sei bella quanto più è rovina

e all'uomo che s'avvicina, gli poni

la stringa al cuore c'altro non pena.

Non puoi fermare il tuo impeto,

perché esso si ristora nello struggere

l'infatuato cicisbeo che t'ama senza veto.

Implora Zeus, non per la tua beltà

ma per l'angoscia che procuri

avvolgendo gli uomini in buia calamità.

Ma del suo amore Proteo non fu ignaro,

conobbe Elena che aveva sedici anni,

quando tornò in Sparta dal suo caro.[15]

  • Elena ritorna da Tindaro

Dimenticando tutto quello che le fu detto,

nel mar vagò, verso un piccolo naviglio,

ove v'era preda per l'ingordo suo appetito.

A bordo, Elena salì, con le sue ancelle

per comprare monili di Tartasso ma Igor,

il fenicio, nel vederla gli abbrividì la pelle.

Subito, le regalò un anello

ch'ebbe dalla ninfa Egeria,[16] il quale,

sentir faceva l'uomo un giovine pivello.

L'idea di rapir Elena, la considerò stoltizia,

poiché, sapeva della sua progenie,

così non vantò altro che amicizia.

Navigando, adorando la bellezza d'Elena,

si diresse verso le coste della Grecia,

mentre il vento soffiava la spiegata vela.

Dopo due giorni, arrivati in Peloponneso,

nella casa di Tindaro, Elena espresse

a suo padre di volere Proteo come sposo.

Ma alla corte v'era già chi l'amava,

pronto a dare tutto il suo cuore,

contro il destino che lo fronteggiava.

Eaco, figlio della ninfa Egina,

più volte tentò di averla in moglie,

ma Elena, preferì d'esser eroina.

Da un dio, voleva essere rapita

o da un principe di terrestre regno,

che l'avrebbe divinamente amata.

  • Menelao amico di Paride

Menelao, era amico di Paride, il troiano.

Furono giorni, quando si conobbero

al mercato d'Argo,[17]e si strinsero la mano.

Fecero scambio di certa stoffa tipica,

lui gli diede seta policroma d'Oriente,

e Menelao un fregio di civiltà Minoica.

Così, appena Paride apparve con il suo seguito,

la guardia disse ch'era l'Ecubeo,

ed Elena corse liberandosi da ogni veto.

Or, di Paride furono accolte le sue proposte

di nuove strategie di guerra contro Atene,

che spesso vinceva lungo le spartane coste.

Un drappello scortava l'ospite straniero

mentre tra le schiere, la gente stava

inchinata al suo aspetto altero.

Appena, l'invitato fu arrivato in corte,

fu accolto dall'Atride, che elogiò lui

e i troiani, di cui, Paride fè parte.

A prima vista s'invaghì del fascino di Elena,

e con scuse cercò accostarsi a lei,

quando tra i commensali iniziò la cena.

Il suo cadenzare fu come quello d'una ninfa,[18]

che lo incantò ancor di più da un suo cenno,

che gli fè il sangue tramutare in linfa.

Al forestiero, repentina, la sua mano diede

e dopo affabile si sedette accanto a Menelao,

confermandogli la sua dissoluta fede.

Infatuato, l'Ecubeo, solo lei mirava,

era pronto a progettar la fuga

tradendo l'amico che ignaro l'ospitava.

Cercarono da soli di poter parlare,

ma Menelao andava intorno,

e non ebbero modo di poterlo fare.

Fu durante la notte ch'Elena lo incontrò,

ed egli approvato il suo piano,

abile nella stanza del tesoro con lei s'inoltrò.

Inebriato del vino, Menelao dormiva,

mentre nel silenzio, s'impossessarono dell'oro.

Lo misero al sicuro, aspettando l'alba che veniva.

Una biga e due cavalli lei stessa preparò,

con un manto coprì il suo volto

e la fuggitiva,[19] il suo cuor da Menelao separò.

Verso il naviglio, per la via antica,

fuggirono i due birbanti,

diventati amanti, in men che si dica.

In poco tempo arrivarono alla costa,

ove si prepararono a salpare,

correndo a destra e a manca senza sosta.

Paride, celermente spiegò le vele

ed Elena col timone puntò al largo,

lasciando la terra di Sparta e la sua prole.Menelao si sveglia

Il giorno dopo, quando Menelao, si svegliò,

la moglie non era più al suo fianco,[20]

né il tesoro che la gagliarda gli rubò.

Vendetta! Gridò il re spartano

all'infedele moglie e al suo amante,

e guerra or sarà, contro il traditor troiano.

Che infausto giorno nella vita m'è scaduto

e per l'ossequio che ho dato ai numi,

solo tradimento ho ricevuto.

Già la mia famiglia gravemente fu provata,

da intrighi sanguinosi tra Tieste ed Atreo,[21]

per cui, la loro fratellanza non fu mai sanata.

Come spartano e prode armigero,

per dovere d'onore del mio casato

contro sarò di chi con me non fu sincero.

L'ora di patire m'avverte il giorno,

di lottare la fallace speranza

per riaver colei che non fa ritorno.

Ma non sarò, certo, indegno

a lasciare ch'io sia battuto

da chi offese tutto il mio regno.

Mi scorderò l'amicizia che mi lega,

per combattere colui che gravemente

mi ferì, con l'abbraccio che lusinga.[22]

Se nel pellegrinar morir dovrò,

trascinerò Elena con me negl'inferi

e accanto al suo cuore perfido starò.

Il sacerdote Ardimeo,[23]ch'era nel tempio,

informato del tragico misfatto,

chiese giustizia ai numi per lo scempio,

sì prostrò al sacrale d'Apollo

in espiazione con una offerta agreste,

per difendere Menelao dal penoso fallo.

Diceva: "A Menelao, fu fatta grave ingiuria

e del suo tormento, per certo, gli dei

gli faran favore senza lesinar penuria".

A quel dire, Apollo a propiziar si mosse

per bocca del profeta e disse:

Menelao riavrà ciò che lo stranier gli tolse.


[1] Era, si era accorta del tradimento di Zeus che amava Io, così trasformò Io in una vacca peregrina per il mare Egeo. Ed al ricordo di Io, Zeus gli vampava la pelle.

[2] arbitrio: Zeus, per eludere il controllo di Era su di lui, per un eventuale suo intervento di salvare Io, fa sposare Teti con Peleo.

[3] dell'altrui amar: Zeus si sarebbe consolato vedere Teti con Peleo unirsi in matrimonio, dimenticando Io.

[4] mela: Iris, dea della discordia, per invidia di non essere stata invitata, buttò la mela alle tre dee, Era, Afrodite, Atena ove era scritto "Alla più bella".

[5]Afrodite: Paride doveva offrire la mela alla più bella donna, ma egli scelse Afrodite per avere il favore della dea, per rubare Elena da Menelao.

[6] furore: si riferisce ai tempi di Teseo,quando fu rapita, ma col suo consenso, facendo apparire a Castore e Polluce il contrario.

[7] non cedea la data: non dimenticava il giorno del rapimento. Nella sua giovinezza fu rapita da Teseo e Piritoo che la portarono in Attica. Divenne sposa di Teseo e gli generò, secondo una tradizione, Ifigenia. Ma mentre Teseo si trovava nell'Ade, Castore e Polluce intrapresero una spedizione contro l'Attica per liberare la sorella. Atene fu conquistata, Elena fu liberata e la madre di Teseo, Etra, fu fatta prigioniera e portata a Sparta come schiava di Elena. Al suo ritorno in patria, Elena divenne oggetto dell'attenzione di numerosi pretendenti, provenienti da ogni parte della Grecia e originari delle famiglie più nobili. La sua scelta cadde su Menelao, che sposò e dal quale generò Ermione.

[8] divino: Hermes, messaggero di Zeus, perdeva tempo

[9] desolato: Menelao, l'Atride, nel mare vide di riflesso le immagini del suo futuro funesto e fu confuso

[10] loco: il luogo dove era il tempio di Afrodite, e che gli Egizi protestarono di usurpazione e di sacrilegio, contro i Greci.

[11] Fero: è l'altro nome di Proteo per i greci, Fero per gli Egizi

[12]re : Faro, nella foce del Nilo vi era il Faro che era la corte di Proteo

[13] pregna: il suo fascino riempie ognuno senza scampo

[14] cede: cede alle lusinghe di Elena

[15] caro: Tindaro re di Sparta e padre di Elena

[16] Egeria: Nella mitologia romana erano dette camene le ninfe delle acque, talvolta identificate con le muse; avevano il dono della profezia. Secondo il mito, una di loro, Egeria, fu consigliera di Numa Pompilio.

[17] Argo: In occasione della visita del colosso di Rodi, Manelao al ritorno passò da Argo, ove incontrò Paride, che veniva da Micene, per andare a Troia.

[18] ninfa: Elena figlia della ninfa Teti aveva le sembianze e la bellezza di una ninfa

[19] fuggitiva: Elena che lo aveva tradito e che aveva collaborato insieme a Paride a derubarlo del suo tesoro.

[20] fianco: Elena aveva drogato Menelao, mettendo una dose di polverina di papavero nel vino, che la nascondeva nel suo anello. L'aveva avuta da Igor il fenicio, durante la sua visita a bordo della nave.

[21] Tieste ed Atreo: Tieste, fratello di Atreo e suo rivale, sedusse Erope, moglie di Atreo e madre di Agamennone e Menelao.

[22] Lusinga: Elena

[23] Ardimeo: Sacerdote del santuario di Artemide

Canto 2

  • Elena e Paride nel mar Egeo

In breve, i due dissoluti furon fuori

e nell'aperto mare puntarono il timone,

con l'amore che disinibiva i loro cuori.

Sedotti dall'antico sentimento,

or trasfuso da Venere, accettarono

disinvolti, l'intrepido cimento.

A vele spiegate Paride solcò il mare,

per dirigersi verso Troia,

con l'unico desiderio di Elena sposare.

Ma nel cielo, un nuvolo assai nero

e uno strano vento, lì a poco, li spinse

in un turbine d'acque di mistero.

Un vortice[1]con un gran fragore,

portò la nave fuori rotta,

poi giù, nell'imo di quel mare.

Tritone, non volle farli andare

e li trattenne con inganno sotto lì nel mare,

offrendo loro ospitalità e bene stare.

Li costrinse ad essere ospiti prigionieri,

nella sua regia d'oro e di corallo,

piena di dovizie e inebrianti piaceri.

Li coinvolse ad assistere ai suoi incontri,

ammirare la vita dei sommersi,

allietati da canti di sirene ed altri cori.

Così, l'Anfitrite, occultando il suo scopo,

si innamorava della bella Elena,

offrendole il suo amore a poco a poco.

La sua pelle, era viscida e resistente,

e nulla poteva opporgli ostacolo

quando emergea col suo tridente.

Credette, per un po', d'essere d'Elena l'amante,

ma lei, non gli diede intesa,

pur se il dio insistette in ogn'istante.

Passarono mesi rinchiusi nella reggia,

fuori dal tempo e dagli umani,

con il patto di liberarli, mutatosi in bugia.

Ma un giorno, Tritone diede lor giudizio,[2]

dicendo che il sogno era finito

e il loro partire era prossimo e propizio.

Sì disposero a lasciar quel favoloso mondo,

coronato di splendido corallo

per ritornare alla realtà del suolo fecondo.

Si ritrovarono, nel ponte della nave

e tutto intorno, schiuma bianca

come cotone, ma era neve.

Tutto fu come uno strano sogno,

nel quale si sentirono trasportati

come se rapiti in un altro regno.

Elena, timorosa abbracciò Alessandro,

avendo capito d'essere stata coinvolta

da quel predetto futuro [3] divenuto vero.

Paride, così, fissato il timone ad oriente

alzò le vele per lasciar quel luogo

e dimenticare per sempre il dio tridente.

Ma la nave, presto, sembrò frenata

e l'ondeggiar lento tra le onde,

la rese come se fosse ormeggiata.

Mentre Paride assetato, beveva dalle botti,

vide all'argo dei naufraghi sbandati

che dal vento erano sopraffatti.

Venivano sballottati dalle onde,

mentre aggrappati tra legni fluttuanti,

gridavano per paura d'essere in acque fonde.

Pietoso era il loro grido,

allorché, Paride con coraggio,

ad uno ad uno li tirò tutti a bordo.

Erano trafficanti, d'Agron,[4] affondati,

dopo aver tentato di saccheggiare

una nave illirica e furono sconfitti.

D'origine fenicia erano quei pirati,

e dopo avere ringraziato Paride,

gli chiesero d'essere arruolati.

Assunti, nell'intrepido viaggio,

seppero che a bordo v'era Elena,

figlia di Zeus di divin lignaggio.

Postasi al comando sulla plancia

obbligò loro di seguire gli ordini di Paride

e in alcun modo mostrar tenacia.

Soggiogati dalla bellezza e dai timori

si buttarono proni senza piglio

giurando fedeltà ai lor signori.

Con la soggezione che reggeva le lor vite,

dopo un giorno approdarono a Kithira.[5]

Poi giorni salparono dal luogo d'Afrodite.

Dal vento, il veliero era spinto

e seguiva l'intrepido destino, mentre

si allontanava da Menalo dal cuor patito.

Dopo giorni, curiosa la ciurma domandò

la loro provenienza, ma Paride

simulando il non capire, la domanda travisò.

Una sera, mentre Paride con Elena discuteva

se fosse bene rivelare il vero, da questo,

Efisio,[6] capì ciò che temeva.

Egli, resosi conto del loro segreto

e del rapimento d'Elena da Sparta,

in segreto decise di rubare l'oro.

Efisio, seguì celato le loro mosse,

e nel rimuovere certe vettovaglie,

cercò d'afferrare l'oro dalle casse.

Paride, certo d'essere scoperto,

pensò che meglio sarebbe stato

sbarcar loro in un vicino porto.

  • Tritone ama Elena

Tritone, convinto d'essere accolto

ritentò di avvicinarsi ad Elena,

con la speranza d'essere prescelto.

Le sirene tentarono di impedir la rotta

con vibranti canti e voci mistiche,

che costrinsero i mortali a far sosta.

Quel coro veniva dalla baia di un'isola

tale che il veliero nell'avvicinarsi adagio

si ridusse a toccare la riva con la prua.

L'anfitrite[7], con delicata e molta pazienza,

uscì dalle acque come un pesce,

ripieno di passione e mistica parvenza.

Elena, col fascino che emanava,

incitò Tritone a sollevare le onde

come note di musica prodotte d'una diva.

Ma un cormorano[8] da Zeus mandato,

gridò al semidio di liberare Paride

da quella illusione d'inganno perpetrato.

Dal suo rifiuto rubò dalle api della cera,

e col suo becco coprì le orecchie dei natanti

e li assordì fino al volgere della sera.

Liberato Paride, dal falso sonno,

capì che fu attratto dalle mistiche sirene,

per intrappolarlo come se fosse un sileno.[9]

Dopo aver sturato agli altri le orecchie,

si allontanarono da quel luogo,

divenuto in un baleno pieno di arpie.

Spiegate le vele, la rotta fu quella della fuga

scelta da tutti con volontà sicura

tal che in breve, sparirono dalla quella ruga.[10]

Liberi da quella falsa insenatura,

incominciarono a proseguire il viaggio

tra nuove insidie d'avventura.

In direzione est puntarono il naviglio,

verso la città di Ilio, posta su un promontorio

da dove Priamo salutò Paride suo figlio.

Ma amara fu la profezia contro Troia,

che per colpa del destino di Paride,

la real famiglia ne fu spoglia.

Egli dopo nato, doveva essere buttato,

ma sul monte Ida,[11] dei pastori ebbero pietà

e risparmiarono la vita del figlio indesiderato.

Divenuto uomo, Paride, non si angosciò,

anzi osteggiò la profezia celandosi

in una immagine apparente che mai lasciò.

Il suo agire del tutto accattivante

lo faceva agli occhi delle donne

un desideroso uomo ed un amante.

Tanto era il suo aspetto affascinante

che le dee[12] lo scansavano dai pericoli

mentre girovagava in oriente.

Paride ed Elena, erano follemente innamorati,

approvati da Afrodite contro il voler di Iris,

che voleva ad ogni costo vederli separati.

Il favore d'Afrodite fu ripagato,

essendo che, dalla sua unione con Anchise

nacque Enea capostipite romano.

Era, a un doloroso ritorno indusse Paride

a vedere la sua gente uccisa, che per

quell'inganno, il nemico ancor sorride.

Zeus non rispose all'acerba idea di Era,

ma dal suo cenno poco chiaro, fu libera

contro Paride, di porre guerra.

D'accordo, si mise con Tritone,

il dio, che accolse gli amanti

con onore e con soavi canti di sirene.

Egli volle essere il soggetto castigante

per ripagarsi dell'inganno della loro fuga

e godere la sconfitta dell'amante.[13]

L'Anfitrite propose un piano assai duro

quello di farlo naufragare e poi salvare Elena

dall'abisso e metterla al sicuro.

Ma temeva la dea[14] d'una sua congiura

nel consiglio di corte che poteva persuadere

Zeus a liberarlo dalla sciagura.

Paride che d'Afrodite era il protetto,

capì il fine dell'ostile Era

di lascarlo isolato e senza un tetto.

Tuttavia fu deciso dagli dei, che Paride,

conquistasse la bella Elena

con serio sentimento e non con frode.

Tritone aveva già decorato il suo regno,

con rivestimenti d'oro, tal che ognuno

che entrava lo elogiava d'esserne degno.

Così, egli, cominciò a turbare la vela

in modo che cambiasse rotta

e poi con impetuoso vento, affondarla.

Fu a mezzodì quando nel giorno splende,

il dio sprigionò un uragano che presto

la nave si trovò in balia delle onde.

Mentre la tempesta nel ciel tuonava,

i due amanti temettero il peggio,

mentre la ciurma supplicava.

Per lor colpa degli amanti inveì l'ira del dio,

che i marinai pensarono di buttarli a mare

cercando di placare d Triton l'acceso fio.[15]

Ma si trovarono contro la favorita[16],

che Zeus era pronto a liberarla

e punire chi l'avrebbe sol ferita.

Allor si finsero i marinai loro amici,

proposero a Elena che pregasse Zeus,

per calmare il mare e non essere uccisi.

  • Elena inneggia Zeus

Oh! padre Zeus, che infondesti probo

il tuo amore! Così aprì Elena il dire:

quando Tindaro acclamò il mio

nascere come evento di divina progenie,

onorando la tua scelta come favore eterno,

si compiacque che donasti me, bellezza

che nessuna donna osò mai il dire

di oltrepassar l'indole mia medesima né la grazia

ilare che tu donasti e fosti benigno

con sincero amore verso mia madre Leda.

Ora, a te vengo nella stretta della mia natura,

tormentata alquanto dal peril che strapparmi vuol

da questo mondo che, se pur m'accolse gaio, non desiste di starmi contro. Con la mia nascita, in quel momento, facesti grazia alla terra con la mia presenza,

lasciando benignamente la tua impronta.

Immediato aiuto chiedo, che volgi a pietà

il volto tuo verso la mia sciagura che ne facci

rivendico il momento in mio favore contro chi

sta anelando misfotuna[17] ai futuri giorni della

ornata vita mia d'avventura. Il chiamarti padre

mi fa sentire diva che onore chiede del tuo

intervento, ma di indole mortale sono, che nulla

io possa reclamare o avanzar pretesa.

Così attendo con mistica speranza che tu

venga in mia difesa e mi ristori dall'avversità

che mi divora.

A quella supplica, Zeus si mosse

e attuò in segreto un piano ordinando

subito, che Elena liberata fosse.

Così, all'alba, quando Triton emerse

per ammirare la bella Elena,

si accorse che per voler di Zeus la perse.

La navicella fuor dal tribolato luogo,

spinta fu al largo che il suo navigar,

fu presto fuori dal maldestro piego.

Ma Tritone, a sud soffiava il vento,

mentre la ciurma si sforzava al quanto,

che il navigar divenne lento.

Ma il piacere di libertà fu subito gustato,

che animò gli animi a gioire,

per essere fuggiti dal dio disperato.

Avvicinatosi alle coste d'Egitto

sì annunziavano altre odissee,

di cui, non ne fecero alcun conto.

Ad accettare la sorte s'erano ordinati,

gli scampati dalla furia del mare,

per cercar riposo in quei luoghi riparati.[18]

Canto 3

  • In mezzo al mare

Il naviglio sballottato tra le onde

s'arenò tra le coste d'Egitto

in mezzo a lagune poco fonde.

Accresciute dall'affluir del Nilo

eran folte di vegetazione di papiro

simili alla flora dei giardini d'Ilo.

Appena si destarono dal sonno

s'accorsero d'essere approdati,

presso un sacro luogo lì vicino.

Un sacerdote vigilava un tempio.

Postosi curvi per non dar sospetto,

prostrati a lui chiesero rifugio.

Ad Afrodite quel tempio fu concesso

che Elena ne ammirò e fu stupita

i colonnati dipinti dal pittore Nesso,[19]

chiese al religioso se mai gli Egizi

vollero rimuoverlo e sostituirlo con Ammon

a cui, usavano fare i loro uffizi.

Da Menfi venivano fino a quel luogo

e dicevano ch'era d'Afrodite la Straniera[20]

quel tempio che volevano distruggere con un rogo.

Ma Proteo che il tempio lo associò ad Elena,

non volle distruggerlo per suo ricordo,

perciocché di lei si invaghi e restò in pena.

Il sacerdote che sapeva della sua fuga

e della necessità di dimorare in Egitto,

le chiese se con Paride avesse fatto lega,

sapere del tesoro che Menelao diceva,

d'esser stato beffeggiato da un lestofante

ma sprovveduto, gentiluomo lo stimava.

Ma loro asserendo di non sapere,

resero vana la domanda, chiedendo

d'essere ospitati sotto il suo potere.

Il sacerdote sospetto ebbe del lor parlare

e di nascosto fece chiamare Thoni[21]

ch'era negli avamposti a sorvegliare.

Nel frattempo li portò in un altro tempio

ch'era dedicato ad Heracle, in onore

delle sue gesta eroiche e del suo scempio.

Nella zona, or Canopico[22]chiamata,

si raccontava che quando un reo veniva

a rifugiarsi nel tempio durante la serata

s'aggrappava all'altare dando voto

che nessun delitto avrebbe fatto,

se il dio lo avesse ancor salvato.[23]

A questa storia, i marinai fecero pensiero,

se fosse stato idoneo rapportare il vero,

per quel che rivelò Paride e farlo prigioniero.

La loro decisione fu di denunciar l'amante,

prendere Elena e col naviglio fuggire dal luogo,

lasciando il fuggitivo delirante[24]

Alla sera, gli ospiti del tempio,

presero la sacra offerta per proprio cibo,

considerata empietà e per gli dei scempio.

Il sacerdote si adeguò alle lor richieste

mentre aspettava il ritorno del drappello

per spingere i malviventi forestieri alle coste.

All'alba il messo arrivò insieme a Thoni

per investigar sull'abusivo sbarco

e sentire e giudicar le loro ragioni.

Il primo ad essere interrogato tra gli stranieri

fu Paride che sembrò essere discreto

alle domande fattagli, s'erano predoni.

Cominciò il dire, ch'erano scampati,

ad un attacco d'una nave d'Agron,[25]

contro una nave che pensava fossero pirati.

Gli Illirici s'erano verso di noi avvicinati

quando una nave di pirati fu alle loro spalle

e in poco tempo si videro affondati.

I Fenici, in fuga dalle nave pirata,

nuotarono verso di noi, che li salvammo

mentre compimmo una rapida virata.

Così accolsi i naufraghi sconfitti,

offrendo loro di remare per la nostra nave,

essendo che, dal male l'avevamo sottratti.

Dopo giorni di navigare in acque chete

un improvviso uragano innalzò le onde

che fummo sospinti come pesci nella rete.

Ci portò fin qui nella sabbiata spiaggia,

piena di paludi, ove il Nilo s'arresta

e poco fronteggia il mar, tosto indietreggia.

Senza speme di ripartire, né di trovar dimora

approdammo alla ricerca di un luogo

che ci avesse accolto in quell'ora.

Così, entrammo nell'entro terra

alla ricerca di un luogo quieto e trovar

qualcuno che di noi si prendesse cura.

Riparar le falle e le divelte vele

per poi proseguire tra la mia gente

che verso di me è d'animo gentile.

Thoni sospettando che il suo dir non fosse vero

interrogò i marinai, che presero ad accusarlo,

dicendo, che fu lui a derubare il tesoro.

E che Paride, ingannando l'amico,

gli portò via la moglie e lei s'adoperò,

nel tradir lo sposo, lasciandolo mendico.

Elena e Paride si guardarono negli occhi,

e intendendo che le accuse eran gravi,

si videro come in un labirinto senza sbocchi.

Allor, Elena si trasse ch'era in riga,

per far capire il suo dissenso e

scaricare su di lui, la colpa della fuga.

A ciò Thoni decise di portarli in corte

per essere giudicati come spie

e far cadere su di loro, la pena della sorte[26]

Notificato il dispaccio in corte,

Thoni li condusse da Proteo, ch'era in Menfi,[27]

per trarre le verità che furono contorte.

  • Elena nella corte di Proteo

In presenza al re Proteo, dio delle foche,

che al surger del mattino emergi dal mare

come un onda che in alba al sole e si spiega

rispecchiando i raggi nell'intorno, da far apparir

luminoso il giorno, io m'accingo a dir cosa

mi portò in questa intrepida avventura che

nell'intimo mio s'è avvezzata da farmi lasciare

la mia dimora ed il mio sposo, fedele nel suo

amore ch'altrettanto io ripagai con indesiderato

innato. Or mi trovo nel muovermi

in vicende d'amore alla ricerca dell'uomo che

m'avrebbe fatto conoscer le porte del destino.

Così, non per mia solerzia volli andar con Paride,

ma spinta da un voler divino, trascesi lo stato

mio di moglie per accettare, mio malgrado, quello

d'una amante che, inavveduta, segue l'istinto.

Non so spiegarti il modo né come io sentii il

desiderio d'accettare, persino, di rubare il tesoro

di Menelao e fuggire con lo straniero, mentre

or mi trovo davanti a te, re Proteo, che giudicar

mi devi dell'agire che per me è come un sogno

scadutomi dal cielo, trovandomi in questo luogo

misterioso lontano dalla mia gente.

Proteo, nell'ascoltare, vide gli occhi di Elena

che richiamavano il loro antico incontro,

e il girare nei giardini fino all'ora della cena.

Ad avvezzarsi ad amorosi approcci,

mentre lui pian si ritraeva

per non esser vittima dei suoi lacci.

Ma i discorsi, lusinghevoli da lei profusi

e il suo profumo che invadeva grave,

faceva che i suoi pensieri, venivano confusi.

Molte volte la vide nei suoi sogni,

vivere quei momenti che lasciavano

nel suo cuor profondi segni.

Ed or quel desiderio di averla era assopito

le appariva come se mai l'avesse amata

accogliendola come un'ospite al suo invito.

Anche se il suo cuore fosse sovrumano

sentiva che lo sguardo gli rafforzava

il desiderio d'averla a lui vicino.

Così i due intesero di far convito,

lasciando Paride al suo destino

per quello che prima aveva rilevato.

  • Paride risponde a Thoni

Sono Paride, figlio di Priamo re di Troia.

Il mio desir non fu mai di intraprendere

avventure, né di lasciar la mia gente, che

degno rispetto godo e fama oltre i confini

e accolto bene son da ognuno. Fu

che un giorno in giovanile età mentre stavo

con Cassandra, mia sorella, fuori dalle mura

a scrutare le difese, lei mi predisse che

sarei stato portatore di sventure a chi s'avesse

a me legato. Non credetti alle sue parole.

Io gioivo i giorni che accompagnavano

le missioni che il padre mio mi dava

e le escursioni che facevo in caccia.

Così, ero sotto un albero di cedro, quando mi

comparve Afrodite che si allietò nel

vedermi e m'ammirò. Così mi disse

che aveva un incarico da darmi che

m'avrebbe cambiato il vivere se avessi

conquistato la donna da lei scelta, Elena,

mi sarebbe stata moglie di bellezza rara.

Nulla io progettai di rubar il tesoro, né la donna

del mio amico Menelao, che conobbi al mercato

d'Argo, né io conoscevo Elena sua moglie, ma

nell'incontrarla un mistico sentimento mi invase, che non fu controllato dal debole mio cuore, che come se ci conoscevamo uniti fummo dal divino ardore.

A questo dire i marinai presero parola

e dissero che dopo aver preso il tesoro

e la donna, si sarebbe dileguato tra la folla.

Lo sentirono bisbigliare durante il pasto

con Elena del tesor di Menelao,

ma a loro disse, di non averlo visto.

Fuggiti che furono per Troia,

Menelao li inseguì. Solo tardi

s'accorse ch'erano andati via.

Proteo, che conosceva l'Atride,

non credette il dir di Paride

e decise di non porgli fede.

Dopo che nelle camere s'era ritirato,

ne uscì con il seguito della corte

e lesse il verdetto all'imputato.

  • Proteo sentenzia Paride

Se, i tuoi marinai non avessero preso parola

di contrastare con giustificata accusa e di

aver sentito con le proprie orecchi il tuo dire,

mostrando che la loro testimonianza non ha

il sapore di vendetta contro la tua temerarietà,

io ti offrirei occasione di dimostrami altre

prove, ma or che ho visto che il lor dire

corrisponde all'accusa datoti, pronuncio

sentenza contro di te come reo.

Nell'anno che io, Proteo inaugurai i riti

alla dea Athena per placare il suo odio

contro mio padre Poseidone, nel giorno che

la luna oscurò parte d'Egitto e l'isola di

Faro, ove io stesso mi distendo per mirar le

costellazioni favorevoli agli dei, miei

consimili, emano questo decreto contro te,

Paride, nemico che invadesti le coste del mio

regno e fosti portatore di illecito tesoro.

Avendo, tu rubato la ricchezza dell'amico

mio Menelao, che un giorno io predissi per lui

il futuro, dichiaro te o Paride sentenza

di condanna. Ma per indulgenza che mi viene

offerta dalla stessa Elena ti scamperò

dalla morte e tramuto la condanna nell'obbligo

di dipartire entro tre giorni da queste coste, solo

senza bottino e senza la donna che con te porti,

mentre i marinai resteranno qui in ostaggio.

Se al quarto dì ti troveranno i miei soldati, sarai,

senza ritegno, ucciso come spia, senza giudizio

ne difesa alcuna. Di te sarà cancellata memoria,

come se mai sia avvenuto questo incontro

e proclamata questa sentenza, che essa sarà

oggi stesso sigillata negli archivi e mai cercata.

Per questo, tengo Elena e il tesoro che

ingiustamente hai rubato e aspetterò di Menelao

il suo venir, che si prenda la moglie

e il suo tesoro. Di ciò si faccia fede agli anziani

e ai dotti della Legge, che a Menfi è custodita Elena,

la quale è libera ed onorata nella corte e nei luoghi

ove alloggia ed ospitata. Così è stato sentenziato

e così sia scritto. Proteo, dio e figlio di Poseidone,

dio del mare.

Canto 4

  • Paride lascia l'Egitto

Si mosse Paride, senza alcuno aiuto

e con fatica riassettò la nave per partire,

mentre Elena, s'accostava al re or, gradito.

Dopo tre giorni fu pronto per salpare

per andare vagabondo in mete che

non gli permettevano di tornare.

Elena, lo salutò con segno d'abbandono,

e tutt'intorno vi fu silenzio, mentre

il suo cuor, forte batteva, senza freno.

Non sapeva, Paride, se quello fosse un sogno

o una decisione inaspettata degli dei

o di un castigo per non esser stato degno.

Già vedeva a lontananza dalle arpie

che gironzolavano ed erano guardinghe

da far supporre ch'erano delle spie.

Erano le arpie, nate per uno fine vuoto,

da un amor balordo e proibito,

da un incesto avuto tra Forco e Ceto.[28]

Così, furono mutate in mostri alati,

beccavano i corpi dei marinai che

si fossero nei mari avventurati.

Col vento in poppa, egli, si trovò al largo

tra lo spasimo e l'ignoto e il suo vagare

mentre si avvicinavano a lui due imago.

Eurilo ed Adilo[29] nel naviglio s'erano infiltrati

lasciando i lor compagni per seguir Paride,

dato che dagli altri furono isolati.

Si presentarono con animo servile

e col desiderio di ritornare in Jarbha.

Così, l'Ecubo li accolse e fu gentile.

Erano esperti e conoscevano i mari,

sapevano orientarsi con le stelle,

ed erano valorosi marinari.

Bisogno aveva di loro, il fuggitivo,

che tesoro fece dei lor consigli,

che puntò a Gabes, un porto bene attivo.

Vicino v'era l'isola dei Lotofagi, loro terra,

la quale, di spezie con i vicini trafficava,

vivevano pacifici e non cercavano la guerra.

Dopo un giorno di navigare,

apparirono le arpie, in nuvolo denso

ed erano pronte per divorare.

Il loro orrendo strepito infuse terrore

che la ciurma si buttò lungo il ponte

per nascondersi e non farsi afferrare.

Con un veloce volteggio s'insinuarono

tra gli ormeggi del veliero e con artigli

e con il becco dannosamente li colpirono.

Paride e i sui non riuscirono ad affrontarle,

le ferite riportate furon gravi che per coprire

il proprio volto non badarono alle spalle.

Egli prese della pece e in un attimo di tregua,

la collocò in un catino e fece fuoco

così riuscirono a muovere le arpie la fuga.

Le arpie riprovarono ad affrontarli,

ma furono disturbati dal propagar del fumo

che salendo li minacciava d'affocarli.

Tentarono invano per reagire,

ma sbattevano in ogni lato del veliero

che in poco tempo, dovettero fuggire.

Per il dolore la ciurma fece eco,

si muovevano nel ponte qua e là

come se ognuno fosse cieco.

Dopo che si ebbero sanate le ferite

decisero di ripartire verso il porto,

scordando le amare ore già sofferte.

Tuttavia, qualcuno scrutava intorno

se le arpie tornassero all'improvviso

pronto a suonare l'allarme con il corno.

La direzione fu verso la terra dei Berberi

ch'ebbe in potestà Didone, la figlia di Muttone

re di Tiro, insieme a tutti i suoi denari.

  • Didone parla in corte del suo passato

Al fatidico destino che mi rese sola e a quel

ricordo non resto muta quando l'astioso

Pigmalione, mio fratello, che per la sua innata bellezza

ebbe del mio sposo Sicheo immotivata gelosia,

poiché, ritenne esser suo rivale nell'aspetto

e così non negò di colpirlo mentre stava inarcando

l'arco per colpir la preda. Diresse il dardo verso il petto

del mio amato e lo uccise. Grande fu il dolore che

convolse la vita mia che stava aleggiando come colomba

verso sentimenti mistici delle alture dell'Olimpo.

L'efficacia di quel dardo mi stroncò il destino, lasciandomi vedova e ertana moglie innamorata del mio Sicheo.

Il mio continuo pregare agli dei, mi conforta,

ma non mi ridona l'uomo che amai

né i giorni avvenire mi ricolmano la speranza

di rivederlo tra le mie braccia.

Così ho deciso d'abitare questa terra

che mi fu data e voto offrire alla mia castità

per dar amore a questo popolo[30] che m'accolse.

  • In Tunisia

Qui in Libia trovai asilo dai Berberi, popolo

umile, coltivator della terra, che nel vedermi

provenir da Tiro, poiché, Pigmalione m'esiliò

dal suo reame, mi fè regina qui con tanti onori.

Ed or mi dedico a Sicheo a sognar la vita

mistica in compagnia del suo ricordo.

Non con altri desidero il mio vivere né l'amor

che mi offriranno mi distoglie il rimembrar di lui.

Il sognare prese possesso nella mia visone

dell'estasi e del sentimento puro che mi legano

alquanto a quel che resta del futuro, di

ritrovalo gaio per il mio fedel sperare e per

il costante amore che dissemino tra questa gente.

In suo onore, mi prodigo di intervenire causa

di un lor viver migliore.

E per ricompensa al lor generoso cuore, ho deciso di fondar Cartagine[31], città nuova, che si protende tra due Baie, ove un canal li unisce sotto lo sguardo d'un colle che accoglie il primo d'ogni mese, il dio Apollo.

Nella città ergerò un tempio dedicato ad Afrodite per le difese e le premure che mi fè, quando nel progettar la fuga da Pigmalione, seppe che io rivendicar volevo l'offesa con altrettanto impeto, contro di lui. La dea, però, mi spinse, dopo l'esilio da me declamato, di non tornare indietro per non trovar la morte.

Canto5

  • Elena nella corte di Proteo

Elena, si allietava col favor di Proteo

dentro le stanze del palazzo con le ancelle

ad ascoltare musica mistica d'Orfeo.

Al sol calante con le vestali si recava al Faro,

ove Proteo, dalla riva guidava le foche

nella baia, che faceva lor da scalo.

Le foche che a branco si radunavano,

poi li guidava verso le colonne d'Ercole[32]

nel momento che il mar lì era più alto.

In un angolo di prato vagheggiava

con il suo corpo la bella Elena,

mentre un pastor vicino l'osservava,

si avvicinava lento con gli occhi lucidi

e con divino aspetto d'un semidio

col compito di parlarle di alcuni eventi.

Era Hermes degli dei, il messaggero,

portava nuove da Menelao che la cercava,

sebbene il suo amor non gli fu sincero.

Di ritrovarla, s'era imposto, ad ogni costo

e rivendicare l'offesa del troiano che s'era

presentato con inganno e bell'aspetto.

Elena fu grata di quel che le fu detto,

poi gli chiese se gli dei avessero in serbo

di cambiar per lei il corso del suo fato.

  • Hermes predice a Elena su Menelao

Ancor, con Paride il tuo cammino

non è completo ed il fin verrà quando

il fato a te sorride e ti muterà la vita

lasciandoti intraprender il viaggio che

ti porterà in Ilio. Diversi sentimenti

ti conquisteranno, ma il desiderio di averti

non cesserà in Menelao, che intrepido

ingaggerà rivolta di tutta la nazione contro

il vile amante che osò a lui strapparti.

Disquisiscono gli dei per la tua immunità,

ma non tutti son d'accordo, tal che, Zeus[33]

in segreto ti manda il dir di perseverare

in questo stato di speranza, senza

imminente visione di libertà, ma perduri

e non rallentare di invocar gli dei per

proteggerti dalle insidie che vengono d'altrui.

Stai accanto a Proteo che non produce intento

di averti ad ogni costo, ma solo di

proteggere il tuo futuro, raddrizzando le vie

per raggiungere il tuo fine.

Così, Herms, dopo aver parlato andò.

Elena, così, vedeva Proteo che in una

Occasione, per esser mite la elogiò.

  • Proteo ricorda il passato con Elena

Già sulla crespa dell'onda ti vedevo

come ondulante tra le fronde e il sole

rispecchiarsi sul tuo volto coronato di fiori

dava segno al mio cuore che oggi

t'avrei incontrato e ammirare la tua bellezza

e il tuo frivolo ondeggiare aulente

dei tuoi capelli. Creatura sei scaturita dal

meglio gioir del dio, che volle improntare

l'abile sua magnificenza in te col modellare

il volto tuo con fiori dell'Olimpo e resina

d'Oriente. Il tuo sorriso amabile, gioisce

la luce del sole quando rispecchia al mattino

e riscalda la brina. Elena, con la tua bellezza

agreste attrai e dai frenesia agli uomini di soffrir di

sentimenti arcani. Inondi i cuori degli innamorati,

che non possono averti. Io ch'ebbi il tempo di

conoscere la tua indole di giovanile impronta,

quando venisti in questa terra per vedere me

e saper del tuo destino, allor mi infondesti

il tuo gioire di bellezza nella vita, ch'altro

non volli. Se il buon senso non mi avesse

liberato dalla coltre di profumo di Cipria

che incontrollato mi inoculò gli occhi,

mi sarei mosso al desiderio d'averti

incondizionatamente. Or che anni son

passati, l'antico ardore, scemato alquanto,

mi ritrae dal tentare l'imprudente approccio

che detrimento mi arrecherebbe se non l'odio

degli dei, miei simili, dell'Olimpo abitatori[34]

  • Elena risponde al passato di Proteo

Se il tuo desiderio di avermi e il sentire

del mio cuore d'essere accaldato dal tuo,

incontrarono difficoltà poste dal fato che

non permisero che in noi nascesse amore,

pur or sento, un ribollire di pretesa

contro quel sincolar destino inflittomi

dall'alto, che non mi permise libera scelta,

d'essere costante nell'amare, sebbene

Menelao resta pur l'unico, da cui, non possa

fuggire d'essergli consorte.

Per volere degli dei, vedo che il peregrinare

non mi giova, piuttosto sento fortificare

il futuro incontro con l'uomo, di cui, son moglie,

malgrado sono perdutamente amante del troiano,

venuto a sconvolgermi lo stato del mio vigore.

Non altra alternativa io vedo, per aggirar la fine,

né il fuggir mi nasconde dal vezzo d'essere

amante di qualcuno e mi sento misera

più che bella e solinga più che desiderata.

Proteo, tu mi rivelasti ciò che mi perdura ancora,

il viver mio resta grave che mi distoglie dall'essere

stimata. Quasi al pensar mi pento d'aver saputo

quello che non avrei voluto. Or capisco il tuo

restio atteggiare, quando ti chiesi di conoscere

il mio fato, che mi deluse al saperlo amaro.

Non so come fuggir dai mie giorni e

dall'incanto che m'attrae non poco,

senza cedermi momento di ripresa, ne

il resister m'è convenevole né il ribellarmi

mi produce utile guadagno[35] Quindi ho deciso

di assuefarmi al vento che mi trasporta

in luoghi predisposti dal futuro che man mano

si manifesta in me come ricompensa di ripagare

un debito che non conosco.


[1]vortice: Tritone, soffiando, con la sua conchiglia, fece avvenire un forte vento

[2] giudizio: Tritone sapeva che non poteva trattenerli a lungo per non contrastare Zeus, che voleva che Paride ed Elena, arrivassero sani a Troia.

[3] futuro: che Proteo le aveva predetto.

[4] Agron: re degli illirici. Il regno illirico, si estendeva dalla costa Dalmata fino alle regioni litoranee dell'odierna Albania, era uno dei più importanti stati dell'antichità e raggiunse l'apice del potere con re Agron (250-230 a.C.).

[5] Kithira: Isola della Grecia a Sud del Peloponneso. Nell'antichità era ritenuta luogo natale di Afrodite

[6] Efisio: il capo dei pirati naufraghi

[7] Anfitrite: Tritone, nella mitologia greca, era figlio di Poseidone, dio del mare, e della nereide Anfitrite

[8] Cormorano: cormorani e marangoni uccelli acquatici appartenenti alla famiglia dei falacrocoracidi che vivono quasi su tutti i mari.

[9] sileno: figura della mitologia greca, divinità minore dei boschi di natura selvaggia e lasciva, raffigurato come un uomo, ma con orecchie, coda

[10] ruga: Sacca formata dalla finta spiaggia ove le sirene sdraiate cantavano.

[11] Ida: il monte Ida (2456 m), secondo una profezia, Paride avrebbe provocato un giorno la rovina di Troia, Priamo lo espose sul monte Ida, dove fu trovato e allevato da alcuni pastori.

[12] dee: Paride amò la ninfa Enone e simpatizzato da Afrodite

[13] amante: Paride

[14] dea: Afrodite protettrice di Paride e Zeus di Elena

[15] l'acceso fio: la collera di Tritone

[16] la favorita: Elena

[17] misfortuna: contro Menelao

[18] luoghi riparati: presso il santuario di Afrodite

[19] Nesso: famoso pittore greco 625 a.C.

[20] Afrodite la Straniera: per Erodono il tempio era assimilato ad Elena

[21] Thoni: Un capo delle milizie di Proteo che perlustrava le coste dell'Egitto, intorno alla foce del Nilo, dove erano approdati gli intrepidi.

[22] foce di Canopo vicina al lago Mareotide, luogo che era chiamato prima Racote.

[23]salvato: vi era un antico costume che il reo di un crimine, se fosse riuscito ad entrare nel tempio e si fosse aggrappato all'altare del sacrificio e avesse promesso al dio di non uccidere più, egli non poetava essere toccato e sarebbe stato dichiarato libero.

[24] delirante: si sarebbero portati il tesoro di Menelao

[25] Agron: re, progenie di Argon vissuto (250-230 a.C.) degli Il lirici in lotta contro i pirati fenici.

[26] sorte: del giudizio che avrebbe dato loro il re Proteo.

[27] Menfi: La città ove il dio re Proteo aveva il palazzo e la corte

[28] Foro e Ceto: le figlie mostruose del dio marino Forco e della sua sposa e sorella Ceto, che per l'incesto le loro figlie furono trasformate in Arpie

[29] Eurilo ed Adilo: Erano due marinai che si discostarono dagli altri che rimasero in Egitto

[30] popolo: I Beberi antiche tribù dal 1300 a.C. stazionatesi nella Libia e nella Tunisia

[31] Cartagine: Alla fine di giugno 1999 l'oceanografo Robert Ballard e l'archeologo Lawrence Stager hanno annunciato la scoperta, di due navi fenicie risalenti probabilmente al 500 a.C. Situate rispettivamente a 305 e 915 m di profondità, parzialmente coperte dal fango, sono probabilmente i resti del naufragio più antico di cui si abbiano testimonianze. Le navi - a bordo delle quali sono stati trovati utensili e anfore destinate al trasporto di vino - erano probabilmente in viaggio verso l'Egitto o

[32] d'Ercole: Le foche che dalle colonne d'Ercole per stazionarsi in Spagna, venivano trasportate da una strana corrente che li portava nel mar Mediterraneo, ove Proteo li raccoglieva e con un suono, trasmetteva loro la direzione del ritorno, quando la corrente era nel ciclo inverso.

[33] Zeus: volle in segreto aiutare i Greci, poiché non sopportò lo sgarbo di Paride, sebbene fosse stato aiutato da Era, Afrotide e Atena, e poi perché Elena era una delle sue figlie avute con Leda moglie di Tindaro re di Sparta.

[34] abitator: Proteo figlio di Poesidone dio del mare, oltre ad andare in fondo dell'oceano, spesso andava nell'olimpo per presentare il rapporto a Zeus sui movimenti marini per il controllo della fauna.

[35] guadagno: Elena vorrebbe essere moglie fedele ma non riesce a fermare i suoi istinti

Canto 6

Paride nell'isola dei Lotofagi

Paride ed i suoi, saliti in una giunca

sembrò ch'abbiano avvistato l'isola,

mentre il vento li spingeva a manca.

Inumiditi dalla fredda brezza,

decisero di buttar l'ancora, mentre

un marinaio si premurò a buttar la rezza.

Così pensarono di prender cibo

prima d'incontrare gli abitanti

ed essere accettati, di buon garbo.

Appena sbarcati, Eurilo ed Adilo

saputo di Paride, il troiano, subito

vollero dargli un degno asilo.

Paride racconta ai Maclei

La penisola che si estende davanti a noi

si addentra e forma un golfo come se

si ritrasse dal mar per non soccombere.

Gindane, è il suo nome, e ospita i Lotofagi,

tribù che da antico tempo si nutrono di loto,

frutto del luogo che trarranno un vino offerto

al dio Tritone. Vicino a loro, v'erano i Maclei

che usavano tal sistema.

Separati da un fiume, il lor destino era d'essere

e vivere insieme ai gindani,

di fronte alla misteriosa isola di Phla.

Lì è l'oracolo che fu esternato,

che un dì vi sarebbe stata invasione dei

Lacedemoni, ove lo stesso Jasone si arenò,

e avvenne che egli possedendo, il tripode

del dio Tritone, per accordo lo ridiede per

essere liberato dalla palude.

Così Jasone, pose il tripode di bronzo di Tritone al posto suo.

Accanto v'era la tribù dei Maclei e quella degli Ausi.

Ogni anno davan onori ad Atena,

nella qual cerimonia due gruppi di ragazze

si fronteggiavano con bastoni e pietre attaccate in corpo.

Quel rito era per onorare la dea come la

nostra in Grecia. Prima di incominciare

la lotta, vestivano la più bella delle guerriere

con vestiario greco, con elmo corinzio.

Come sapevano dell'armatura greca è un mistero.

Lor dicevan che Atena era figlia di Poseidone,

il quale la diede a Zeus in adozione, questo disse Paride,

con l'aiuto di Eurilo ed Adilo.

Così sbarcarono gli arditi navigatori,

mentre a suon di tamburo, furono accolti come vincitori.

Appena i Maclei s'erano avvicinati

riconobbero Eurìlo essere di loro

e lo abbracciarono come forsennati.

Ma quando videro Paride, si soffermarono,

il suo divino aspetto li sconvolse,

e come a un re, tutti s'inchinarono.

Eurìlo, ch'era un Macleo

gli chiese di presentarsi

e dire lor che non era un dio.

Continua..........

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